Lettera aperta di uno studente di quinta agli studenti che restano e che verranno

Cari studenti, compagni e amici, non ero sicuro di scrivere questa lettera. Pensavo che sarebbe stata inutile. E forse lo è davvero. Ma viviamo in un mondo che misura tutto in base all'utilità: quanto produci, quanto rendi, quanto vali. Allora ho deciso di fare una piccola ribellione e di scrivere una lettera apparentemente inutile. Una lettera fatta di ricordi, emozioni e pensieri. In fondo, sono proprio queste le cose che oggi sembrano contare sempre meno.

Sembra ieri il giorno in cui ho attraversato per la prima volta il portone di questa scuola. Avevo quattordici anni e, come molti di voi quando siete arrivati qui, non sapevo bene chi fossi. Cinque anni dopo sono qui, all'ultimo giorno, a leggere un discorso davanti a tutti. Se me l'avessero detto in prima superiore, probabilmente non ci avrei creduto. Anche perché in prima ero quello che, insieme a Savarese, fece cantare Povero gabbiano a tutta la scuola, con il vicepreside Michele Erba che entrava in classe pronto a sospenderci!

E invece eccomi qui. La vita è strana. E forse è proprio questo il bello. A pensarci bene, tutto questo suona un po' come l'addio di Totti alla Roma. Con la differenza che lui aveva vinto uno Scudetto

Non voglio però usare questi minuti per raccontare tutte le sciocchezze che ho combinato in cinque anni. Anche perché rischierei di compromettere l'ammissione all'esame proprio all'ultimo giorno. Vorrei invece lasciarvi una riflessione.

In questi anni mi sono reso conto che la scuola non è soltanto un luogo dove si studia. E il primo posto in cui impariamo come funziona il mondo. Un mondo che spesso ci assegna un'etichetta. Un voto. Un giudizio. Un numero. Tra pochi giorni una commissione stabilirà se sono "maturo" oppure no. E sinceramente ho sempre trovato curioso che la maturità di una persona possa essere racchiusa in qualche prova e in un colloquio. Ma il problema non è soltanto la scuola. E la società che ci aspetta fuori. Pirandello parlava delle maschere che ognuno di noi indossa. Credo che oggi quelle maschere siano diventate ancora più pesanti. Ci viene chiesto continuamente di apparire. Di essere perfetti. Di sembrare sempre felici, sempre sicuri, sempre vincenti. Sui social mostriamo i momenti migliori e nascondiamo tutto il resto: le paure, le fragilità, le insicurezze, le sconfitte. Come se essere umani fosse diventato qualcosa di cui vergognarsi. E invece essere umani significa proprio questo. Significa essere felici e tristi, forti e fragili, sicuri e pieni di dubbi. Significa emozionarsi, sbagliare, cadere e ricominciare. Per questo il consiglio più importante che voglio lasciarvi oggi è semplice: non lasciate che vi trasformino in numeri. Non siete un 3 in latino. Non siete un 10 in matematica. Non siete una media o un giudizio scritto sul registro. Siete molto di più.

Studiate. Studiate tanto. Ma fatelo perché avete voglia di capire il mondo. Perché volete crescere. Perché, come scrive Dante, non siamo fatti per "viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Non studiate soltanto per i voti. I voti passano, la conoscenza resta. E soprattutto non abbiate fretta. Godetevi questi anni. Le interrogazioni finiranno, le versioni finiranno, le verifiche finiranno. Quello che resterà saranno le persone: le amicizie nate nei corridoi, le risate durante le assemblee, le discussioni infinite, i pomeriggi passati insieme. Quei momenti che oggi sembrano normali e che un giorno rimpiangerete.

Quest'anno ho avuto l'onore di rappresentare gli studenti. Ho provato a fare qualcosa. Non sempre ci sono riuscito. A volte mi sono scontrato con muri più grandi di me, a volte mi sono arreso. Ma una cosa l'ho capita: una scuola vive davvero solo quando gli studenti partecipano. Quando discutono, si confrontano e si interessano a ciò che accade intorno a loro. Per questo vi chiedo di non sprecare gli spazi che avete. Usate le assemblee. Parlate, confrontatevi, siate curiosi. Siate cittadini prima ancora che studenti. E almeno per qualche ora mettete da parte il telefono: il mondo reale è molto più interessante dello schermo che abbiamo in tasca.

Ora però devo ringraziare. I professori, il personale scolastico, la segreteria e soprattutto i miei compagni. Perché sono entrato qui dentro come un ragazzo e ne esco diverso: più consapevole, più libero, più umano. E gran parte del merito è vostro.

A voi che restate voglio lasciare un ultimo pensiero. Leopardi, nel Sabato del villaggio, scrive che spesso l'attesa è più bella della festa. Oggi credo di aver capito cosa intendesse. Per anni ho aspettato questo momento, e adesso che è arrivato, mi accorgo che forse non volevo davvero che arrivasse così in fretta. Perché un giorno arriverete anche voi qui, all'ultimo giorno. Vi guarderete intorno e rivedrete tutte le persone, tutti i luoghi e tutti i momenti che hanno riempito questi anni. E capirete che i cinque anni che sembravano infiniti sono passati in un attimo. Perciò non abbiate fretta di diventare grandi. Vivete, lasciatevi emozionare, toglietevi qualche maschera. Abbiate il coraggio di essere umani. Perché alla fine è l'unica cosa che conta davvero.

Grazie, Liceo Classico. È stata tutta vita.

Da Cristian Overa